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Denis Godeas: "Ad Avellino capii quanto eravamo forti"

di Giovanni Sofia
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Denis Godeas
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Qualche sorriso in più adesso riesce a concederselo. Denis Godeas a 45 anni gioca e si diverte nella Triestina Victory. “Segni pure? Altrimenti non scenderei neppure in campo”. Risposte scontate per uno abituato a gonfiare reti e battere portieri. Per la prima squadra alabardata si occupa anche di settore giovanile: “Vorremmo tornare in B, la dimensione ideale del club. Stiamo facendo le cose per bene”.

La scheda del gigante di Cormons a leggerla ora fa impressione: oltre 300 gol in carriera, da Messina a Mantova, da Palermo a Trieste, formazione per cui il suo cuore ha sempre battuto. Eppure fu in riva allo Stretto che, a cavallo degli anni duemila, si riscoprì bomber implacabile. Due anni per trascinare i biancoscudati in B e centrare tra i cadetti una salvezza fondamentale: “Probabilmente ero arrivato al momento giusto, avevo raggiunto la maturità”. A raccontarla oggi sembra facile: “Il giorno del mio esordio contro la Fidelis Andra il clima era teso, i tifosi ci contestarono dando le spalle al terreno di gioco. Per fortuna vincemmo 4-0, io segnai e da lì fu tutto più semplice”. Tempo dopo avrebbe vissuto lo stesso a Palermo: “Ero in macchina con Zaccardo e la gente ci tirò le uova. L’annata si aggiustò in corso d’opera e terminò con la qualificazione in Europa e i quarti di Coppa Uefa. Incredibile”.

Come quel campionato con i giallorossi, degno di un copione Hoollywoodiano: “Se dovessi scegliere un fotogramma della mia esperienza a Messina, direi Avellino. In mezzo a tante vittorie, mi viene in mente una sconfitta. Uscimmo dal campo, guardai i miei compagni in faccia e non vidi scoramento, ma tanta rabbia. Eravamo i più forti e capì in quell’istante di avere a fianco un gruppo di uomini veri. Ci davano per spacciati, ma noi eravamo convinti di vincere i playoff, indipendentemente da chi avessimo avuto davanti”. Andò esattamente così: “Se noi eravamo preoccupati di affrontare il Catania, loro erano terrorizzati all’idea di sfidare il Messina. Al Cibali ero certo avremmo fatto bella figura, al Celeste figuriamoci. Quando giochi, in certi ambienti, con un contorno simile, l’esito è già scritto. Viene da sé”.

Detto, fatto. Parole e musica, per un popolo costretto a fare i conti con lunghi periodi di magra: “Ci vogliono serietà e competenza, altrimenti non se ne viene fuori. Ultimamente mi hanno inserito in un gruppo WhatsApp. Dentro ci sono tutti i ragazzi della rosa di quegli anni. Discutiamo spesso della situazione attuale e inevitabilmente dispiace”. Un modo per riprendere i contatti: “E’ stato bello, perché molti non li avevo più sentiti e nemmeno li avevo incrociati in campo. L’idea è stata di Nicola Salerno, all’epoca, fu lui, triestino, a portarmi a Messina”.

Il periodo di ambientamento fu brevissimo: “Ci cambiavamo in due spogliatoi, io parlavo pochissimo, ero introverso e finii in mezzo a quindici napoletani. Avevano un carattere diametralmente opposto, ma fu molto divertente”. L’armonia si trasferì presto in campo: “Giocare con Iannuzzi o Buonocore ti semplificava la vita. Calciatori con un talento immenso, ti davano il pallone e tu dovevi solo buttarla dentro”. E questo, dalla terza categoria all’Europa, a Denis Godeas è riuscito sempre piuttosto bene.

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